
Se esiste un termometro per misurare il senso di appartenenza della comunità andriese, quello è senza dubbio la processione della Madonna dell'Altomare. Anche quest'anno il rito si è ripetuto, trasformandosi in un bagno di folla che ha paralizzato il centro cittadino. Un lungo serpentone umano ha scortato il simulacro – la sacra effigie della Madre Celeste, con il tradizionale manto azzurro, adagiata sulla grande barca bianca – lungo l'itinerario delle vie cittadine.
In strada non c'era solo la rappresentanza istituzionale di rito, con autorità civili, forze dell'ordine e associazioni in prima fila. A fare numero, e soprattutto a fare rumore nel suo composto silenzio, è stata la cittadinanza reale: migliaia di persone radunate sui marciapiedi, ai balconi o accodate in preghiera dietro al carro.
Il legame affonda le radici nel 1598, l'anno del miracolo della bambina salvata dal pozzo che ha dato il via al culto. Ma al di là del dato puramente religioso, la ricorrenza si conferma il principale collante identitario della città. In un'epoca di frammentazione sociale e di progressivo svuotamento delle piazze, l'appuntamento con la protettrice riesce nell'impresa di azzerare le distanze generazionali e le divisioni quotidiane, mescolando folklore, fede e un radicato senso di appartenenza territoriale.
La processione dell'Altomare smette così di essere un semplice anniversario sul calendario liturgico per diventare un momento di riflessione collettiva. La città si ferma, si riconosce intorno a un simbolo comune e rivendica le proprie radici storiche e culturali, dimostrando che la tradizione, da queste parti, è tutt'altro che un ferro vecchio.

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